L'editoriale

La prima cosa che ho provato tanti anni fa quando mi sono imbattuto nelle Città invisibili di Italo Calvino è un grande senso di ammirazione. Marco Polo-Calvino era riuscito non solo ad immaginare, ma anche a costruire fino ai più piccoli dettagli e a popolare nella sua narrativa ben 55 città. Da allora i pianificatori cinesi ne hanno costruite dieci volte tante di città dal nulla, ma senza in molti casi riuscire a popolarle. Sono città visibili, ma fantasma. La crescita economica si associa quasi sempre a forti processi di urbanizzazione, ma l’urbanizzazione non è di per sé condizione perché ci sia crescita economica, come ci ricordano molte megalopoli del sottosviluppo.
Per molti anni si è pensato che la rivoluzione di Internet avrebbe ucciso le distanze riducendo i vantaggi dell’agglomerazione a pochi chilometri di distanza di molte attività produttive. In verità, le tecnologie dell’informazione hanno creato nuovi vantaggi localizzativi in prossimità di produttori consolidati. Il mondo non si è appiattito neanche con la globalizzazione.
Per la gioia dei ciclisti, degli sciatori e degli arrampicatori, ci sono molte salite e discese su cui cimentarsi. Il mondo economico è ancor meno piatto di quanto documentato delle mappe altimetriche dei rilievi alpini. Vero che le nuove tecnologie della comunicazione hanno ridotto grandemente le distanze negli scambi di informazioni e nelle interazioni di mercato. Ma la geografia economica del mondo segnala una crescente concentrazione della crescita economica in relativamente poche grandi città in grado di attrarre capitale umano e di stimolare l’innovazione. Le mappe del reddito pro capite rivelano dei picchi molto acuti, spesso localizzati nei luoghi che ospitano i centri di ricerca e le università di eccellenza.
Non sono, infatti, necessariamente i vecchi centri e le vecchie periferie del dopoguerra o anche della fine del secolo scorso a eccellere. La gerarchia economica non solo dei paesi, ma anche delle città è profondamente cambiata ed è in continua evoluzione. Ci sono molte “new entry” e molte retrocessioni nelle gerarchie urbane del mondo.
Lo studio della crescita economica e demografica di queste nuove realtà è fondamentale per capire non solo gli ingredienti che sono necessari per la crescita economica, ma anche il loro mix ottimale, le ricette che occorre applicare se si vuole stimolare la crescita. Conta la scala, la dimensione delle città, perché solo grandi mercati del lavoro possono offrire opportunità ai talenti più svariati, promuovendo l’incontro fra la domanda e l’offerta di competenze e permettendo alle cosiddette power couples, coppie di talenti, di poter realizzare i sogni di entrambi i membri della coppia.
Perché queste economie di agglomerazione si realizzino è importante che il contesto favorisca la circolazione delle idee e le reti di contatti fra individui. Ma contano tantissimo anche i cosiddetti amenity values, i fattori non strettamente economici che rendono un sito più attrattivo di un altro, che richiamano intelligenze da fuori. C’è molta isteresi in questi processi: si mettono in moto processi virtuosi o viziosi, non appena una realtà locale decolla oppure comincia ad avvertire i primi segni di un declino. Ed è difficile arrestarli, ammesso che si voglia farlo.
Quando una città decolla, la crescita dei prezzi delle case trascina con sé anche i prezzi di molti altri beni. Accanto a grandi ricchezze si possono creare nuove povertà di persone che si vedono ridurre vertiginosamente il proprio potere d’acquisto dall’aumento del costo della vita. I piani urbanistici, le restrizioni imposte alla densità abitativa possono accentuare questo fenomeno, mentre adeguate reti infrastrutturali possono permettere contatti tra individui anche nell’ambito di città diffuse.
Al crescere della dimensione delle città c’è comunque sempre un forte rischio di creare segregazione abitativa e marginalità sociale. Per queste ragioni, è bene che l’Europa non si trovi ulteriormente impreparata nel gestire lo shock demografico (oltre che sociale e culturale) associato all’arrivo di milioni di rifugiati dai teatri di guerra. Ed è bene anche riflettere sul ruolo che la sharing economy, le tante piccole opportunità di lavoro autonomo create dalle grandi piattaforme che promuovono il contatto fra domanda e offerta sulla rete, possono avere nell’affrontare i problemi sociali di molte periferie urbane.

La X edizione del Festival ci ha fatto intuire quanto il contesto urbano, e l’ampiezza e la natura delle reti di relazioni che permette di sviluppare, siano importanti nel promuovere o inibire la mobilità sociale.
Questa XI edizione vuole studiare più a fondo il territorio, affrontando un’area riscoperta solo di recente dagli economisti: l’economia dello spazio, della geografia. Ospiteremo economisti, urbanisti, demografi e sociologi esperti di processi di agglomerazione. Daremo spazio a chi ha oggi o ha avuto in passato un ruolo attivo nel governo di questi territori, consapevoli che la crescita rapida o il declino di un’area pongono complessi problemi di governance, non solo a livello locale.

Tito Boeri
Direttore scientifico Festival dell’Economia